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Lazio 3-1 Juventus, l’analisi del tonfo bianconero

La Juventus al 7 dicembre riassapora il gusto della sconfitta. Tale evento, la cui rarità ha sempre mosso la gioia di mezza Italia, anche in questo caso non estingue i classici giudizi avventati. I bianconeri, protagonisti di una traversata da imbattuti, hanno conosciuto una nuova combinazione, all’interno della quale il maestro Sarri cerca il connubio fra la qualità della rosa e la propria condotta di gioco. Ad una prima idea, la fusione del tecnico ha indotto la società ad un piccolo rifacimento, secondo cui la modesta dimensione racconta probabilmente un calciomercato sostanzioso nelle idee ma differente nel reale. L’arrivo del forte centrale olandese de Ligt, ha probabilmente oscurato la centralità degli esuberi, per conto di un argomento caldo quanto focale nella gestione dei singoli. La nota di merito per Maurizio Sarri d’altro canto, verte nell’abilitá di mescolare le carte, in congiunzione ad una rosa ampia e competitiva. Lo stesso tecnico, intervistato per Dazn al termine della partita, ha sottolineato gli episodi, decisivi per quanto concerne il risultato finale.

Gli episodi in Lazio-Juventus

Questa visione, al di là di qualsiasi mossa giustificativa, ha descritto perfettamente la storia recente di Lazio-Juventus. Basta pensare alla stagione passata, all’interno della quale la Juventus passò a Roma nel finale, in svantaggio, con un bis vincente allo scadere. Ancora, l’annata precedente racconta il gol di Paulo Dybala al minuto 94′. Tanta sofferenza, pazienza, rispetto della forza avversaria e forza cinica nel momento clou. La freddezza, quel rispetto convertito in spietatezza, corrisponde all’elemento mancante nel puzzle di ieri sera.

Ciro Immobile, il bomber fatale, l’anno scorso prima della rimonta consegnó ai raccattapalle la sfera che avrebbe chiuso il match. La sofferenza, come il doppio palo di Djordjevic nella finale di Coppa Italia del 2015, ha solo scaturito il colpo di grazia bianconero. È proprio per questo che se togliessimo qualsiasi decisione arbitrale, sfoceremmo in un discorso ancor più inesplorato: il mondo degli episodi tattici. La natura che ha contraddistinto una delle squadre più forti di sempre, la stessa linfa che spinge il cammino della Juventus anche quando le motivazioni sembrano sparire.

Wojciech Szczesny ha parato tre degli ultimi otto rigori affrontati in Serie A.

Uno sguardo alla partita

Leonardo Bonucci, al termine del match riserva parole amare sempre in riferimento ad un arbitraggio discutibile: Gli episodi sono stati sfavorevoli, sia sotto porta che arbitrali in quanto hanno condizionato il risultato. Dobbiamo dare il massimo e metterlo in campo. I conti si faranno alla fine”.

A proposito delle parole di Bonucci, un tifoso saggio coglierebbe lo spunto di rivalsa, quel lato insito in ogni condottiero ferito nell’orgoglio. Risalire la china, un concetto che lo stesso viterbese personifica nella propria carriera. Quel parco giochi qual è il calcio, che, esattamente come uno scivolo al primo errore ti trascina al piano terra.

La via del Capitano, nonostante qualche cenno dettato dalla delusione, consta più che altro sulla risalita dei compagni. La vita, ancor prima di una partita ti pone davanti a delle scelte, secondo le quali la nostra testa indirizza l’andamento di un oggetto. Paulo Dybala, non ha sfruttato a dovere l’occasione offerta da Strakosha, la Lazio ha ringraziato, raccimolato la paura e condotto un finale da grande squadra. Alla fine è chiaro, seppur l’espulsione di Cuadrado avesse rimaneggiato una squadra già debita di idee, i meriti della formazione biancoceleste vanno letti e apprezzati.

La prestazione della Juventus denota un avvio altezzoso coadiuvato da un ottimo inizio degli intermedi, i quali, con serenità e precisione hanno amministrato i primi dettami tattici. Sia Pjanic in zona di regia, Bentancur in veste razionale che Matuidi in fase di accompagnamento, hanno elaborato un convincente fraseggio, ricercato quanto mai fine ad una rigidità orizzontale. Ma se prima abbiamo condotto un percorso di episodi sarebbe chiaro sottolineare come l’infortunio dell’uruguaiano abbia rivoluzionato l’intero assetto.

L’ingresso di Emre Can riflette il momento di una persona ancor prima che un centrocampista, risponde al profilo di un giocatore deluso nella propria identità tecnica. La dirigenza bianconera, come sottolineato più volte, ha costruito negli anni una devozione all’amor proprio della maglia, ancor prima di chi la indossa. È proprio per questo motivo che la parabola discendente di giocatori come Can affianca il proclamato addio di Mandzukic e sposta l’accento sul lato umano. Nel momento di massima emergenza l’apporto del tedesco sfiorisce in una prova anonima e pensierosa, caratterizzando un’intera manovra e ravvivando quella avversaria.

L’insicurezza difensiva

In questo contesto, la fase difensiva soccombe ad un ennesimo sciame di insicurezze. La regina del ciclo vincente, quella potenza talvolta innaturale non custodisce il risultato come suo solito ma cade dinanzi un gol in mischia, una prodezza di Milinkovic Savic e un gol in contropiede a giochi conclusi. Numeri alla mano, la Lazio ieri sera ha segnato la metà dei gol di quanti ne avesse raggiunti a partire dal 2011. Dire che la Juventus abbia passeggiato negli ultimi anni è provocatorio, ma la Vecchia Signora, con Conte prima e Allegri poi, aveva concesso un numero esiguo di 6 gol al fronte di 8 anni. Se aggiungessimo che in Serie A la Lazio non batteva la Juventus in casa dal 2003 noteremmo ancor di più l’altro calibro dei bianconeri.

Ma attenzione, parlare di crisi sarebbe come dare adito a lamentele sorde di razionalità. Allo stesso modo, crogiolarsi su quello che sarebbe potuto arrivare sfugge da qualsiasi mentalità vincente. L’aria difficile ha ramificato pensieri circa un ciclo finito o viaggi mentali sull’addio di Massimiliano Allegri. L’era vincente del livornese, seppur attorniata da costanti critiche, ha scritto le pagine più belle della Juventus, ma soffermarsi su di esse sarebbe come fidanzarsi e raccontare le vacanze con la propria ex.

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